Fiabe russe: “Alla tua buona salute!”

Last Updated on 17 Novembre 2023 by Maestra Sara

Molto tempo fa, viveva uno zar incredibilmente potente. Ogni volta in cui il sovrano starnutiva, tutti i sudditi del suo regno dovevano esclamare “Alla tua buona salute!”

Non vi era un solo abitante che si sottraesse al compito, fatta eccezione per il pastore dallo sguardo fisso; il quale, a dire “Alla tua buona salute!” ogni volta in cui il sovrano starnutiva, non ci pensava proprio.

Quando lo zar venne a conoscenza di questa grave disobbedienza ai suoi dettami, montò su tutte le furie e mandò a chiamare l’inverecondo pastore.

Per quanto fosse immenso il trono sul quale sedeva l’imperatore, il pastore non si sentiva affatto spaventato dalla vicinanza con un sovrano così potente.

Ora,” intimò lo zar: “esclama: “Alla tua buona salute!””

Alla mia buona salute!” Rispose beffardo il pastore.

Alla mia, alla mia!” Sbottò il sovrano: “Devi riferirti alla mia di salute, tu, miserabile vagabondo!”

Alla mia, alla mia, Vostra Altezza: è quello che ho detto!” Gli fece eco il pastore.

Battendosi il petto, colmo di rabbia, lo zar urlò: “Devi augurare che la mia salute sia buona! Intendo proprio “la mia!””

Sì, sì, ovvio,” rispose il pastore, “mi sono rivolto alla mia salute!”

L’imperatore era tanto adirato che, ormai, non sapeva cosa fare. Mentre vagava per il salone, in preda alla furia, il primo ministro intervenne e suggerì: “Pastore, prova a ripetere questa formula: “Alla tua buona salute, Maestà!” Temo che se non lo farai, perderai presto la vita.”

Non dirò nulla del genere,” replicò il pastore dallo sguardo fisso, “fino a quando la principessa non sarà diventata mia moglie!”

Nel mentre, la principessa sedeva beata sul suo trono, a fianco di quello del padre e appariva tanto bella e pura da sembrare una colomba. Quando udì le parole del pastore, la fanciulla scoppiò a ridere come non aveva mai riso in vita sua per la strana proposta. Tuttavia, alla principessa, il pastore dallo sguardo fisso non dispiaceva affatto e, anzi, lo trovava di gran lunga preferibile rispetto a quei boriosi pretendenti che suo padre le presentava, di tanto in tanto.

Lo zar, dal canto suo, non trovava la cosa divertente e nemmeno poteva concepire l’idea di quelle strane nozze, per cui diede ordine che il pastore venisse gettato nella fossa dove dimorava il temibile orso bianco.

In men che non si dica, le guardie legarono il malcapitato, lo condussero fuori dal palazzo e lo gettarono nella fossa dell’orso bianco, rimasto a digiuno da due giorni e piuttosto affamato.

L’ingresso della fossa era appena stato chiuso, quando l’orso si gettò a capofitto contro il pastore, ma, non appena la fiera si trovò faccia a faccia con l’uomo, rimase tanto impressionata dal suo sguardo fisso da rinunciare alla cena.

Spaventato nel vedere quegli occhi che parevano finti, da tanto erano immobili e severi, l’orso si rannicchiò in un angolo della fossa e decise di divorare una delle sue stesse zampe, per placare i morsi della fame.

In quel momento, il pastore comprese che, se per qualunque ragione avesse smesso di fissare la belva, sarebbe morto nel giro di pochi minuti. Per cui, nel tentativo di non chiudere gli occhi nemmeno per un istante, il pastore iniziò a cantare per tenersi svegliò e cantò per tutta la notte.

Il mattino seguente, il primo ministro si recò alla fossa per raccogliere le ossa del pastore e rimase sorpreso nel vedere che l’uomo era vivo e vegeto.

Dopo aver prelevato il prigioniero dalla fossa e averlo condotto al cospetto dello zar, il pastore continuava a non apparire minimamente spaventato.

Così, quando il sovrano gli chiese di augurargli una buona salute, pensando che la notte passata in compagnia dell’orso gli fosse servita da lezione, l’uomo rispose: “Maestà, io non temo nemmeno dieci morti differenti! Vi augurerò una buona salute solo quando mi concederete in sposa vostra figlia.”

E allora morirai!” Strillò lo zar: “Gettate quest’impudente nella fossa dove dimorano i cinghiali selvatici. Gli animali non mangiano da una settimana: di certo, faranno a pezzi questo disgraziato non appena i loro occhi si poseranno sulle sue carni.”

Quando il pastore venne gettato tra i cinghiali, estrasse lesto dalla tasca un piccolo flauto e iniziò a suonare una dolce melodia. Di primo acchito i cinghiali si ritrassero sospettosi, per poi, pochi secondi dopo, iniziare a danzare allegramente al suono di quelle note.

Il pastore avrebbe dato qualunque cosa pur di scoppiare a ridere, di fronte a quell’inconsueto spettacolo, ma la prudenza e il buon senso gli suggerirono di non interrompere la sua melodia, per cui continuò a suonare. I cinghiali ballavano sempre più lentamente, per poi accelerare man mano che la melodia si faceva più sostenuta. Dopo ore trascorse danzando, gli animali caddero esausti al suolo e si addormentarono all’istante.

Quando comprese che la minaccia era scampata, il pastore iniziò finalmente a ridere talmente forte che, quando il primo ministro venne a vedere i suoi resti, la mattina seguente, lo trovò che ancora stava ridendo.

Inutile dire che lo zar montò su tutte le furie nell’apprendere che il pastore non era stato ridotto a brandelli dalle fameliche bestie. Quando l’uomo venne portato al suo cospetto, il sovrano esclamò: “Immagino che tu abbia imparato la lezione e che ora tu mi auguri una buona salute, come tutti i miei sudditi sono soliti fare!”

Maestà,” replicò il pastore, “non temo nemmeno cento morti! Vi ho già detto che vi farò i miei auguri di buona salute quando avrò sposato vostra figlia!”

Allora avrai le tue cento morti!” Ruggì lo zar: “Che venga gettato nel pozzo delle falci!”

Così, il pastore venne condotto dalle guardie all’interno di un oscuro sotterraneo, nel mezzo del quale era ubicato un pozzo, le cui pareti erano interamente rivestite da affilatissime falci, con una piccola luce sul fondo…..

Questa fiaba prosegue su…..