Voglio il mio cappello! Storia di una ricerca “impossibile”

Voglio il mio cappello!

Last Updated on 19 Luglio 2018 by Maestra Sara

Avete presente l’ultima volta in cui avete cercato ovunque le chiavi della macchina per poi accorgervi che vi guardavano sorridenti dal bel mezzo del tavolo della cucina? Bene, Voglio il mio cappello fa proprio al caso vostro.

voglio il mio cappello copertinaStoria estremamente divertente e dal chiaro intento umoristico, Voglio il mio cappello non nutre particolari intenti pedagogici o educativi, ma si ripromette semplicemente di far divertire il bimbo mostrandogli, in veste caricaturale, uno dei lati più comici della sua natura.

Se persino noi adulti ci sorprendiamo a cercare oggetti e a sentirci frustrati di fronte ad ogni piccolo smarrimento, il fenomeno assume proporzioni epiche nel caso dei bambini, per loro stessa natura portati a cercare senza saper davvero guardare.

Il sopracitato smarrimento delle chiavi accade perché, quando ci mettiamo alla ricerca di qualcosa, la nostra mente proietta sul mondo esterno una serie di preconcetti che alterano la normale visione delle cose e perché nessuno di noi, quando cerca, può definirsi una “tabula rasa”.

In parole povere, se adesso ci mettessimo a cercare per casa un qualunque oggetto disperso, non lo faremmo “partendo da zero”, ma utilizzando le nozioni fornite dalla nostra mente come guida e andando ad escludere a priori alcuni posti che reputiamo inconsciamente illogici.

Se non siamo soliti, cioè, lasciare le chiavi dell’auto sul tavolo in cucina, potremmo davvero correre il rischio di “non vederle”, perché la nostra mente farebbe apparire la collocazione come illogica e ci porterebbe ad escludere dal nostro orizzonte di ricerca il suddetto tavolo della cucina.

Nonostante una minor esperienza, tutto ciò è ovviamente amplificato nei bambini: se un bambino sta cercando un giocattolo che lascia abitualmente in camera sua, farà fatica a scorgere la presenza del giocattolo in altri ambienti (nemmeno se gli si para davanti), perché il suo cervelletto è portato ad escludere il nesso che intercorre, ad esempio, tra un peluche a forma di coniglio e il ripiano in bagno.

Insegnare ai bambini a cercare davvero qualcosa significa invitarli a guardare il mondo senza pregiudizi e a condurre ricerche senza fare troppo affidamento su quella componente logico-mnemonica che spesso fa cilecca.

voglio il mio cappello

Voglio il mio cappello è esattamente questo, una breve odissea legata alla ricerca di un cappello che stimola la mente del bambino e gli insegna ad osservare meglio i dettagli del mondo.

 

Voglio il mio cappello! un lungo viaggio di ricerca

Un bel giorno, un orso si acccorge che il suo amato cappello è sparito e desidera riaverlo indietro, iniziando così una serie di peregrinazioni nel bosco finalizzate al ritrovamento dell’oggetto smarrito.

Inizialmente l’orso chiede ad una volpe se ha visto un cappello, ma la volpe risponde di non saperne nulla e l’orso decide di passare oltre senza altre domande.

Poco dopo, il protagonista della vicenda si imbatte in una rana, alla quale formula un identico quesito dall’esito uguale.

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A questo punto, Voglio il mio cappello! introduce una svolta chiave nella narrazione, dato che l’orso incontra un coniglio con indosso un cappello rosso a punta che potrebbe legittimamente corrispondere all’oggetto della ricerca.

Anziché guardare bene il coniglio, l’orso si limita ad interrogarlo circa il cappello, ricevendo risposte allusive, evasive ed autoassolutorie.

Persuaso dalla retorica del coniglio, l’orso incontra una tartaruga intenta a scalare un sasso, un serpente appollaiato su un ramo e una specie di armadillo; tutti ovviamente all’oscuro dello specifico cappello cercato dell’orso (il serpente asserisce di aver visto un cappello differente)

Preso dallo sconforto, l’orso si sdraia ed immagina un futuro senza la compagnia del suo adorato cappello, quando giunge un’alce a chiedergli quale sia il problema.

Mentre l’orso risponde, descrive il suo cappello e viene colto da un’illuminazione: lui ha visto di recente il suo cappello in testa al coniglio bugiardo.

Il libro si conclude con l’orso che ha ormai recuperato il suo cappello e con uno scoiattolo che interroga il protagonista, chiedendogli se avesse visto un coniglio con un cappello.

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Per tutta risposta, l’orso sciorina la stessa retorica impiegata dal coniglio, sostenendo di non aver visto nessun coniglio e che lui non mangerebbe mai un coniglio; esattamente come il coniglio gli aveva detto poc’anzi che non avrebbe mai rubato un cappello.

 

Voglio il mio cappello! tra ricerca e menzogna

Stabilito senza ombra di dubbio che il tema primario di Voglio il mio cappello! riguarda la ricerca e il modo in cui i bambini cercano le cose, l’ottimo libro di Jon Klassen introduce anche il tema della menzogna e dei moventi all’origine delle bugie.

Se ad ogni bambino viene insegnato che tutte le bugie sono “cattive” (e di fatti, lo sono), Voglio il mio cappello! introduce comunque una distinzione tra la bugia del coniglio, animata da intenti maligni, e quella dell’orso, generata per risposta alla prima menzogna.

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Pur mentendo apertamente sulla sorte del coniglio (è evidente che il piccolo animale ha fatto una brutta fine), l’orso resta un personaggio positivo, perché il suo pasto è stata una reazione ad un torto subito e perché le sue bugie sono bugie riflesse, partorite sulla base di un precedente inganno subito.

Tutto questo non si traduce logicamente in un invito alla menzogna riflessa, ma fa divertire il piccolo mediante una simpatica rappresentazione di quel proverbiale “chi la fa l’aspetti” che anima lo spirito morale di buona parte della produzione fiabesca.

Da leggere secondo gli scopi ludici che ne hanno favorito l’ideazione, Voglio il mio cappello! è un divertente albo rivolto a tutti quei bambini che cercano per ore il loro peluche, per poi accorgersi che li stava guardando dall’alto del suo luogo “impossibile”.